K-array al Teatro alla Scala di Milano, ascoltare gli artisti senza vedere i diffusori

Il ruolo degli impianti di diffusione sonora è noto a tutti, sia per la sua trasversalità che lo colloca nelle situazioni più diverse e con finalità altrettanto diverse, sia per la sua funzione primaria che gli anglosassoni chiamano molto propriamente “sound reinforcement”.

Questa parola identifica in maniera chiara e semplice la funzione primaria degli impianti: “rinforzare il suono”, ovvero rendere ascoltabile a molti ciò che senza impianti solo in pochi potrebbero ascoltare.

Fra tutte le arti di sicuro il teatro è la più antica ed è quella dove gli impianti di diffusione sonora sono stati talvolta guardati con sospetto dai teatranti puri, per i quali il teatro si fa “a voce” contando sulle doti naturali di attori e cantanti e sulle doti acustiche della sala.

Per questo motivo i costruttori di teatri hanno studiato a fondo topologia e conformazione degli antichi teatri greci e romani, alla ricerca del “segreto” che parrebbe permettesse anche al pubblico più lontano un ascolto confortevole.

Nessuno però possiede testimonianze dirette e men che meno registrazioni dell’epoca ed è lecito pensare che l’acustica non fosse quel miracolo di cui si parla, ma che il tutto si basasse su di un gioco di riflessioni, facilitate dal fatto che gli anfiteatri erano all’aperto e sopratutto non dotati di moquette, tendaggi e rivestimenti tessili in quantità, che come noto sono degli eccellenti fono assorbenti.

Attualmente tutti gli spettacoli che si tengono nelle arene a cielo aperto sono realizzati con l’ausilio dell’amplificazione, e negli spazi al chiuso di ampie dimensioni il pubblico trova faticoso l’ascolto senza amplificazione.

Da ciò è lecito pensare che un impianto di diffusione sia ormai inevitabile, le aspettative acustiche del pubblico moderno sono ben diverse dal pubblico di un tempo e non è più pensabile, nei casi di cui abbiamo parlato sopra, non ricorrere all’ausilio tecnologico.

Piuttosto è necessario che tali impianti siano progettati ed installati in un’ottica di rinforzo “discreto”, dove in buona sostanza il pubblico non percepisca il suono come proveniente dai diffusori ma percepisca un suono omogeneo senza localizzazioni che non siano quella del palcoscenico, quasi l’impianto di diffusione agisse come una lente di ingrandimento che, senza introdurre distorsioni, permetta a tutti di leggere un testo che è scritto in caratteri piccoli.

Progettare ed installare un impianto in quest’ottica non è cosa comune e quando la location è importante i risultati devono essere impeccabili, come nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero un ineccepibile esempio di implementazione Made in Italy, per un teatro che è una delle eccellenze che tutto il mondo ci invidia.

I primi tentativi di installare un impianto di amplificazione al Teatro alla Scala risalgono al 1992, con i risultati che ci si poteva attendere dalle tecnologie in voga ormai quasi 30 anni fa, che portarono poi al disuso dell’impianto e all’utilizzo di impianti audio dedicati a singole funzioni, demandando le necessità delle produzioni più imponenti a service esterni.

Nel 2016 però si è manifestata l’esigenza di dotare il teatro di un impianto d’amplificazione residente, avviando la progettazione di una soluzione che potesse garantire uniformità di diffusione sonora, flessibilità di utilizzo per le diverse tipologie di spettacolo, semplicità d’installazione ed il minimo impatto visivo, richieste che hanno portato ad identificare in K-array il partner giusto per realizzare un progetto così importante.

La soluzione adottata da Teatro alla Scala trae vantaggio dalle tecnologie K-array già utilizzate in altri grandi teatri all’italiana come la Royal Opera House di Londra e il Gran Teatro dell’Avana.

Una serie di live test condotti sia presso la sede di K-array che presso il distributore Exhibo, ed infine in teatro, hanno portato a stilare il progetto tecnico definitivo, la relativa definizione del budget d’investimento e la gara d’appalto tecnico-economica per l’aggiudicazione della fornitura, assegnata a Meeting Project srl, nota azienda meneghina capitanata da Fulvio Giovanelli.

Come sottolinea Fulvio Giovanelli, è stato un percorso lungo e difficile ma colmo di soddisfazioni, dove la collaborazione fra K-array, Exhibo, Meeting Project e i fonici del teatro è stata la carta vincente, quella che ha permesso di realizzare un sistema di diffusione sonora difficilmente visibile, ma in grado di rinforzare in maniera trasparente il suono, come ha sottolineato il fonico del teatro Salvo Di Stefano.

L’occasione per il “collaudo sul campo” è avvenuta il 7 aprile, con il balletto ispirato a tre noti romanzi di Virginia Woolf, “Woolf Works“, produzione del The Royal Ballet Covent Garden, in un’inedita collaborazione con il Balletto Scaligero, la regia di Wayne McGregor e Alessandra Ferri come ospite, dove il sistema audio audio è stato gestito dai fonici del teatro scaligero in collaborazione con il sound designer inglese Chris Ekers.

Il sistema principale è composto da due cluster posizionati ai lati del palco, composti ciascuno da cinque moduli Python-KP102 ,  destinati a fornire la copertura sonora omogenea per tutta la platea ed i sei ordini di palchi.

La ridottissima larghezza dei moduli permette un impatto visivo minimo, aspetto soventemente trascurato nelle installazioni teatrali.

La direzione tecnica del teatro richiedeva una soluzione che potesse essere allestita e rimossa in tempi minimi e sicuramente l’assenza di finali di potenza dedicati gioca un ruolo importante nel contenimento dei cablaggi: il pilotaggio dei moduli è infatti affidato a quattro subwoofer amplificati della serie Thunder-KMT, nelle versione da 21″.

Molti spettacoli moderni prevedono una diffusione sonora non convenzionale, come avvenuto per Woolf Works. Per questo, i quattordici diffusori line array Kobra-KK52 posizionati al di fuori dei palchi ed ancorati tramite staffe removibili progettate dallo staff tecnico del teatro, garantiscono gli effetti surround quando previsti.

Per garantire poi l’adeguato rinforzo in gamma bassa necessario per molti effetti surround, sono stati installati cinque subwoofer Thunder-KMT12 nascosti nelle architetture del teatro.

Soluzione inusuale ed innovativa per il front-fill che vede protagonisti otto Anakonda-KAN200PLUS, diffusori acustici flessibili modulari che percorrono per sedici metri l’intero boccascena, formando un fronte sonoro costante ed omogeneo, capace di coprire le prime file della platea in maniera virtualmente invisibile.

Dieci finali di potenza a quattro canali della serie Kommander collocati in sala regia e controllati a distanza tramite il software K-Framework, provvedono all’amplificazione dei diffusori non pilotati dai subwoofer attivi.

Non può mancare il sistema di monitoraggio, affidato a sei stage monitor attivi Turtle-KMR33 a supporto di artisti o relatori. Grazie alla loro scarsa altezza, di poco superiore a dieci centimetri, questi monitor si dissimulano facilmente sul palcoscenico, contribuendo alla minimizzazione dell’impatto visivo.

Info: K-arrayExhibo (distrib.)

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